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Articolo tratto dal sito www.vita.it

Lo psichiatra-scrittore spiega per la prima volta perché
ha deciso di non collaborare più con i tribunali. E avverte gli adulti…

Andreoli: “Basta alle perizie”

di Benedetta Verrini
(redazione@vita.it)

13 luglio 2001 — «Il caso di Novi Ligure, quel teatro dell’assurdo in cui il 22 febbraio 2001 Erika uccide la madre e il fratellino con il concorso del suo ragazzo, ha sconvolto un’intera nazione, che si è chiesta cosa fare, quali rimedi attivare all’interno di ciascuna famiglia: poiché la famiglia De Nardo poteva benissimo essere la nostra. (…) In questo scenario si è avvertito che la formula del “mostro” e del “matto” non potevano essere invocate, anche se nessuna perizia psichiatrica era stata ancora richiesta e svolta a carico degli omicidi». Cos“ scrive Vittorino Andreoli nell’introduzione del suo ultimo libro, Delitti, dedicato a dieci storie di ragazzi che hanno ucciso: da Pietro Maso a Luigi Chiatti, fino a Ferdinando Carretta. Dieci delitti per i quali il celebre psichiatra ha effettuato le perizie per i tribunali, scandagliando l’universo di giovani per i quali l’etichetta di follia non rappresenta più una categoria adeguata. Perché è questo il problema: il furore di una gioventù apparentemente normale, che vive tra le pieghe di un benessere generalizzato e tranquillizzante, spiazza la psichiatria moderna. Come spiegare altrimenti la necessitˆ di nominare, proprio nel caso di Erika e Omar, ben undici periti (tra cui Adolfo Ceretti e Gustavo Pietropoldi Charmet)? Come giustificare le perizie contrastanti (stessa diagnosi, conclusioni opposte) emesse per il caso delle tre ragazze di Chiavenna, che l’anno scorso hanno massacrato a coltellate suor Maria Laura Mainetti e che ora potrebbero venire scarcerate? «Fino a pochi anni fa la psichiatria era soggetta al dogma di Lombroso, secondo cui, se si uccideva si era necessariamente pazzi», spiega a Vita il professor Andreoli. «A noi specialisti non restava che valutare il tipo, la sfumatura di pazzia da attribuire. Poi, lentamente, abbiamo scoperto che ogni tipo di omicidio è compatibile con la normalità».

Una dichiarazione sconcertante, che si accompagna a un recente sfogo dello specialista riguardo alla sua professione e al rapporto con i media: «Da oggi in poi voglio raccontare solo il bene, fare le perizie su chi compie deliberatamente il bene», provoca Andreoli. È frustrante incontrare casi su cui è difficile, se non impossibile, dare una spiegazione: io non mi vergogno di dire che un certo caso non l’ho capito. I cronisti, però, vogliono sempre avere rassicuranti rapporti di causa-effetto e scrivono cavolate». Ma allora davvero non è possibile capire quale sia la ferita che accomuna questa “generazione” di adolescenti criminali? «È difficile dirlo, ogni caso ha davvero una propria storia, e diventa comprensibile solo se viene inquadrato nel contesto di realtà in cui si è sviluppato», commenta il professore. «Per alcuni degli omicidi descritti nel mio libro, il detonatore fu il comportamento di un genitore. E la famiglia, indubbiamente, è cambiata. Questi ragazzi nascono dalla generazione del “vietato vietare”, all’interno di legami fragilissimi, dove valori come la fedeltà, la stabilità, il rispetto non esistono più. Non ci si deve stupire se da questi focolari poi vengono fuori disastri». Ed Erika, adolescente inquieta che – stando alle ultime dichiarazioni – sembra non essere stata sfiorata dalla scia di sangue che si è lasciata dietro? «La sua storia deve far riflettere sul ruolo della famiglia e della scuola di oggi e sui possibili errori che queste istituzioni e l’intera società possono aver commesso».Parola di Andreoli.


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